Mentre il dibattito pubblico è dominato da politiche alimentari, agende climatiche e tendenze culinarie, un’altra dimensione della cultura gastronomica sta silenziosamente tornando al centro dell’attenzione. Il 15 maggio, l’Università di Scienze Gastronomiche ha ospitato una giornata di studi dal titolo “Territori, archivi audiovisivi e cultura agroalimentare”, un evento dedicato al potenziale culturale delle immagini d’archivio e al loro ruolo nella costruzione della memoria del cibo nei diversi territori italiani.
L’iniziativa è stata curata da Elena Testa, dell’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa, insieme ai docenti UNISG Luca Antoniazzi e Gabriele Proglio. Ha riunito archivisti, studiosi, rappresentanti istituzionali e operatori del settore agroalimentare, con un obiettivo chiaro: iniziare a costruire una rete di lungo periodo che consideri gli archivi audiovisivi non come memorie statiche, ma come risorse culturali vive.
Un Archivio Vivo del Territorio
Svoltosi presso il campus della Cascina Albertina, il simposio si è aperto con un intervento di Andrea Pieroni, delegato alla ricerca per UNISG, seguito dai contributi di istituzioni del patrimonio culturale a livello nazionale e regionale. La giornata si è articolata in due sessioni, alternando prospettive accademiche e casi studio tratti dagli archivi d’impresa. Accanto agli interventi, sono state proiettate sequenze d’archivio che offrivano scorci del paesaggio alimentare italiano in continua evoluzione.
Tra gli archivi presentati figuravano quelli di Lavazza e Martini & Rossi, due aziende la cui eredità visiva va oggi oltre la comunicazione di marca, per entrare nella narrazione storica. La loro presenza ha evidenziato una consapevolezza sempre più diffusa: la memoria visiva ha un peso significativo nella rappresentazione culturale e nella costruzione delle identità alimentari nel tempo.
È emersa una convinzione condivisa: il patrimonio gastronomico, soprattutto quando radicato nei territori, non si conserva solo nelle ricette o nei paesaggi, ma anche nelle immagini. Il materiale esiste. Ciò che resta da fare è curarlo con intenzione e interpretarlo con attenzione.

L’Archivio come Domanda, non come Catalogo
La sessione conclusiva è stata incentrata su una lectio del Rettore Nicola Perullo, intitolata “Archivio, mal d’archivio, anarchivio: contro il cibo come digesto”. Un intervento che ha messo in discussione l’idea dell’archivio come contenitore neutro. Perullo ha proposto che gli archivi alimentari debbano conservare le tensioni e le contraddizioni delle culture che rappresentano, evitando di appiattire la complessità in nome dell’accessibilità.
A rispondere è stata Giulia Carluccio dell’Università di Torino, che ha approfondito le implicazioni di questo approccio per le istituzioni culturali e la public history. Il confronto ha offerto un raro momento di chiarezza teorica in un ambito che spesso oscilla tra sentimentalismo e tecnicismo.



Dalla Conservazione alla Partecipazione
Non si è trattato di un lancio né di una campagna. È stato un inizio. La giornata si è conclusa senza annunci ufficiali, ma con un senso concreto di potenzialità. In un Paese come l’Italia, dove il patrimonio alimentare è spesso al centro del discorso ma raramente archiviato con rigore, l’iniziativa di Pollenzo si impone con una forza discreta. L’archivio non è solo uno strumento di memoria: è una lente attraverso cui ripensare il rapporto tra cibo, cultura e territorio.
Le immagini sono sempre esistite. La domanda, ora, è: come imparare a guardarle con occhi nuovi?